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 Il massacro di Oslo

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Sabb1o
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MessaggioTitolo: Il massacro di Oslo   Dom Apr 26, 2009 6:27 pm

Lo scorso 25 Aprile si è tenuto presso la sala Mediafor di via Milano a Potenza un dibattito sul tema “La liberazione tra passato e presente”, preceduto dalla proiezione del film del ’62 di Nanni Loy “Le quattro giornate di Napoli”. Al dibattito hanno partecipato il professor Antonio Califano, docente di Storia e Filosofia al Liceo scientifico G. Galilei, e Alì Oraney, cittadino italiano “d’adozione” e rappresentate in Italia del popolo palestinese.

Introducendo il suo discorso sulla resistenza del popolo palestinese, Alì ha spiegato che ciò che ha caratterizzato la Resistenza italiana, ovvero la lotta per la restituzione della democrazia, portata avanti direttamente dal popolo, sono tipiche anche della Palestina se pur sotto altri nomi (Intifada). La sostanziale differenza è che in Italia la Resistenza aveva come obiettivo una dittatura interna allo Stato italiano, mentre la resistenza palestinese è nata inizialmente da una inefficienza esterna da parte delle autorità internazionali nel gestire il rapporto tra popolo ebraico e popolo arabo, con una conseguente sopraffazione del neonato stato israeliano, che ha fatto scaturire continue guerre, che ancora oggi seminano morti e disperazione.

La “persecuzione” del popolo palestinese inizia dapprima nel 1947 con la risoluzione 181 dell’ONU, totalmente rifiutata dai diversi gruppi arabi, che assegnava alla comunità ebraica il 55% dei territori palestinesi (27% in più dei territori inizialmente affidati al mandato britannico); successivamente nel 1948 con l’invasione di truppe paramilitari ebraiche controllate dal Consiglio Nazionale Sionista, che, dopo aver occupato il 78% dei territori della Palestina, dichiararono la nascita dello Stato ebraico (Medinat Israel); fino ad arrivare nel 1967, quando con la “Guerra dei sei giorni” Israele riuscì ad imporsi con la forza su tutti i territori palestinesi, bloccando le resistenze di Egitto, Siria e Giordania. Vanamente e sommariamente l’ONU ha cercato di trovare accordi tra Israele e i diversi paesi arabi, per ridare una sistemazione a tutti quei palestinesi che, cacciati dai propri territori, si sono rifugiati altrove. Infatti, sia la risoluzione 242 che quella 338 furono respinte da Israele che non aveva nessuna intenzione di abbandonare ciò che aveva militarmente conquistato.

Soltanto con gli accordi di Oslo tra Israele e l’OLP (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, al cui vertice ci fu Yasser Arafat dal 1696 al 2004) firmati a Washington il 13 settembre 1993 ci fu una reciproca riconoscenza istituzionale tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese, che, nata sulle spalle dell’OLP, viene considerata dalla Lega Araba l’unica vera rappresentante del popolo palestinese. Comunemente questi accordi vengono considerati come un importante passo in avanti per il processo di pace e per il riconoscimento di uno stato palestinese, ma in realtà i palestinesi non hanno la stessa opinione. Il nostro amico Alì ha parlato del “massacro di Oslo” perpetrato sulla pelle dei palestinesi, in quanto fu un accordo voluto non dai palestinesi (per lo meno non così come poi si è concluso), ma soltanto dagli U.S.A., dall’Europa e da Israele. “Yasser Arafat” – ci ha detto Alì durante il viaggio di ritorno a Napoli – “è stato costretto ad accettare gli accordi soltanto per porre momentaneamente fine alle tensioni militari e per segnare un piccolo punto di partenza per l’autodeterminazione della Palestina. Autodeterminazione” – ha continuato – “che Israele sta cercando in tutti i modi di contrastare. Per questo Israele non è un popolo che vuole la pace.”

Il “massacro di Oslo”, come lo definisce Alì, prevedeva che Israele abbandonasse l’occupazione dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, che al loro interno dovevano essere divisi in tre zone: A, controllata dall’Autorità Nazionale Palestinese; B, sotto il controllo palestinese per le questioni civili e sotto il controllo israeliano per la sicurezza; C, sotto pieno controllo israeliano per le aree non comprendenti cittadini palestinesi. Come si può capire, questo accordo non favorisce il processo di autodeterminazione dei palestinesi, perché porta a una continua ingerenza dello stato israeliano anche nei territori riconosciuti all’Autorità Palestinese. “Il 40% della popolazione maschile palestinese è rinchiusa nelle carceri palestinesi controllate dagli israeliani,” afferma il nostro amico.

L’ingerenza di Israele però non è soltanto militare, ma punta anche a una divisione interna ai territori palestinesi, sull’antico modello del divide et impera. Infatti, attualmente gli aiuti economici per la ricostruzione di Gaza provengono tutti dall’esterno, da quei paesi esteri che finanziano direttamente le zone distrutte. In pochi sanno che gli stessi agenti di sicurezza israeliani, sotto il controllo del Ministero degli Interni israeliano, dirottano quei finanziamenti verso quegli amministratori palestinesi corrotti, che per soddisfare i propri interessi non esitano a ricevere ordini da Israele. Questo atteggiamento sta portando allo sconforto quasi tutti i palestinesi, che non esitano a rifugiarsi sotto la guida di quei politici estremisti, come Hamas, che si richiamano alla Guerra Santa (jihad) per cercare di opporsi a Israele. Come ha anche sostenuto il professor Califano, il termine fondamentalismo non esiste nel vocabolario palestinese, ma è un retaggio della cultura occidentale. Se Hamas ha vinto le amministrative della Striscia di Gaza non è perché i palestinesi sono un popolo fondamentalista, anzi sostiene lo stesso Alì sono fortemente laici. Se la disperazione ha portato Hamas alla vittoria, ciò non vuol dire che i kamikaze sono utilizzati da soltanto da una parte, perché lo stesso Abu Mazen (successore di Arafat alla guida dell’Autorità Palestinese) ne ha fatto uso. Se è vero che i palestinesi sono fortemente laici e se è vero che spesso nei telegiornali sentiamo parlare di kamikaze che si fanno esplodere davanti ai distretti israeliani, da ciò dobbiamo dedurre due considerazioni: il fondamentalismo in Palestina è una stretta minoranza rispetto alle altre forme di resistenza; noi ne sentiamo parlare spesso perchè l’occidente ne ha paura e vuole portare ad una netta divisione interna tra le diverse componenti politiche palestinesi (Abu Mazen in Cisgiordania e Hamas a Gaza).

Rimane però il dubbio e l’incredulità sull’atteggiamento di un popolo che durante la seconda guerra mondiale ha subito il più grande sterminio della storia dell’umanità, e ora si comporta in maniera simile, cacciando i palestinesi dalle proprie terre, conducendo campagne militari di una forza spietata, corrompendo ministri e amministratori palestinesi, impedendo così il processo di autodeterminazione del popolo palestinese.

Alì spiega così questo atteggiamento: “Agli ebrei sionisti non interessa e non è mai interessato il buon governo della cosa pubblica, né tanto meno mantenere buoni rapporti col popolo palestinese. A loro non interessa la pace, a loro interessano solo i loro interessi personali, economici e religiosi. E fanno questo perché hanno buoni rapporti con tutto l’occidente, non tanto dal punto di vista politico, ma da quello economico e storico, perciò si sentono protetti. Se tu oggi con la kefia provi a dare uno schiaffo a un ebreo succede il finimondo, ma se prendi a calci nei coglioni me nessuno ti dice niente.” – Conclude – “Oggi come oggi nel mio negozio entrano tanti ebrei, io li faccio entrare come se fossero italiani, russi, americani, palestinesi, ma la domanda che mi fanno spesso è: <<Sei felice qui in Italia?>> se io rispondo di sì loro mi chiedono: <<Vorresti tornare là?>> e se io rispondo di sì, loro mi guardano male. Questo a loro dà fastidio: la tenacia, la resistenza e l’amore dei palestinesi per la propria terra.”
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