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 1647-1648: bagliori di una rivoluzione nella terra del Sinni...

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Sabb1o
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MessaggioTitolo: 1647-1648: bagliori di una rivoluzione nella terra del Sinni...   Dom Nov 09, 2008 7:21 pm

Nella lontana valle del Sinni, nella terra di Favale (l'odierna Valsinni), tra il 1647 e il 1648 si verificarono una serie di episodi rivoluzionari, che trovarono più che in altri paesi del circondario fertile terreno, a causa di un vivo e spontaneo risentimento verso il baronaggio. Sono la conseguenza dei moti suscitati in Napoli dalla rivolta di Masaniello, che dilaga poi anche in Basilicata.
A Favale la notizia giunge la sera del 26 luglio del 1647. La gente si riunisce in piazza, e il capo popolo Antonio de Rinaldo, detto Tonno e soprannominato Capone, ordina di suonare "ad armi" le campane. Lo fa Parise de Rinaldo. C'è molta animosità e gli schioppi sono un po' nelle mani di tutti i presenti, compreso il sindaco Maurizio Camparato. In piazza si trova anche il Procuratore Gio Francesco Latronico, che poi sceglierà di rintanarsi nel castello. Sul tardi arriva da Tursi il luogotenente di giustizia Marco Antonio de Rinaldo, al quale i rivoltosi prima sottraggono documenti processuali e poi lo fanno incarcerare insieme a Gio Spano.
La rivolta si fa piùviolenta il giorno dopo. I cittadini si presentano in piazza tutti armati e con una bandiera rossa "arboriata sopra ad una canna". A guidarli è sempre Tonno de Rinaldo, ormai capo indiscusso, che accende gli animi contro il Latronico, al sicuro nei torrioni del castello e che inveisce contro i favalesi, accusati di ribellione al Re. Il popolo che rivendica la difesa di Rodiano (suffeudo di Favale) ed è risentito per l'aggravio fiscale subito nei terraggi, lo vuole uccidere. Dopo momenti di tensione, Gio Francesco Latronico riesce a salvarsi e si rifugia a Tursi. Però il morto ci scappa. E' il luogotenente Marco Antonio de Rinaldo, che si rifiuta di passare dalla parte dei rivoltosi. Cesare de Rinaldo gli tira un'archibugiata.
Ma la rivolta non si placa. Agli inizi di agosto troviamo un altro capo popolo: Joe Cristiano. Rivendicandone il possesso, occupano la difesa di Rodiano e si spartoiscono le terre. Cristiano provvede a raccogliere la bambacia, a riscuotere le decime, l'affitto del mulino, a vendemmiare la vigna baronale. Tiene per sè la maggior parte dei proventi e solo una parte è lasciata al popolo. A farne le spese è soprattutto il barone di Rotondella Astorgio Agnese, al quale per tutto il 1648 si impedisce ogni tipo di coltivazione dai rivoltosi, che scorrono il territorio sempre armati.
Tuttavia, il 10 luglio 1648 Carlo de Maria, governatore di Tursi, invia una relazione al Regio Consiglio confermando che a riscuotere le rendite delle terre di Favale e di Astorgio Agnese erano stati il sindaco Tonno Germano e Joe Cristiano, che viene incarcerato.
Piano piano la rivolta si esaurisce ed il paese ritorna alla normalità. Finisce il sogno dei favalesi di essere liberati dal giogo feudale. Muore la speranza di tanti cittadini che nel luglio del 1647 avevano inneggiato alla libertà e che, ancora una anno dopo, continuano a crederci e a desiderarla. Con l'arresto del capo popolo Cristiano cessa di fatto quella che si può definire una sorta di libera "Repubblica di Favale", un caso unico nella valle del Sinni e nell'intera Basilicata.
Finisce così il sogno di una rivolta che, pur non essendo specificamente anti-monarchica e anti-aristocratica come vuole la storiografia dell'800, è indubbiamente un bagliore di quelle che saranno le rivolte anti-borghesi di fine '800 e inizio '900.
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